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Hanno scritto di lui:

Antonio Catania (attore)
…..E’ andare a Cuba da attore, interpretare il ruolo di uno tutto preso dall’aspetto esotico, è facile finchè la realtà non si manifesta in tutta la sua evidenza, che non è solo musica salsa e ritmo latino, ma è fatta di vita vera, con sentimenti veri, a volte faticosa, a volte disperata. E’ impossibile andare lì e non accorgersi di questo! Rimanere due settimane in un villaggio turistico sul mare e ritornare come quando si è partiti, solo più abbronzati.
Queste foto di Graziano, infatti, sono la testimonianza di uno sguardo attento, che ha saputo cogliere i segni di queste difficoltà, evidenti specialmente nei più indifesi, vecchi e nei bambini, ma presenti nei muri, nelle strade, negli occhi di un popolo che sa dire molto con un solo sguardo. Io mi auguro che queste foto siano utili soprattutto a noi, che ci permettano di capire qualcosa di noi stessi, così come è stato per Graziano. Che ha saputo “guardare” con grande affetto e discrezione. Un saluto ai cubani e agli amici dei cubani.
(presentazione del libro fotografico “Cuba: blanco y negro”)

 

Alberto Korda (fotografo)  
Il celebre scrittore francese Antoine De Saint Exupéry, nel sul libro Il piccolo Principe, scrisse: “si vede solo con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”. Questa riflessione può essere accostata anche alle fotografie di questo libro, perchè è con questo sentimento che Graziano Bartolini le ha realizzate.

(presentazione del libro fotografico “La Habana como un Chevrolet”)

>> español
Antoine De Saint Exupéry, el destacado escritor francés, en su libro El pequeño príncipe, dijo “solo se ve con el corazón, lo esencial es invisibile para los dos”.
También esta reflexión se puede aplicar a las fotografías realizadas por Graciano Bartolini y que fueron elaboradas con este sentimento.

(Alberto Korda, fotografo)


Rufino Del Valle Valdés (Presidente del “Fondo Cubano de la imagén fotografica”)
Ho conosciuto Graziano Bartolini lo scorso anno in Italia, a Pistoia, mentre il suo progetto La Habana como un Chevrolet stava nascendo, e ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad una persona “stregata” di amore per Cuba e per L’Avana; “sprofondato” in centinaia di immagini scattate in questa città, forti e irriverenti documenti del quartiere di Centro Avana: la sua architettura, idiosincrasia, folklore e le sue Chevrolet degli anni cinquanta. Immediatamente ho compreso che la sua opera fotografica, piena di orgoglio, piacere ed emozione, è unita al gioco incessante che esercita la scoperta dell’inverosimile e del mistico in questa antica città di San Cristóbal de La Habana affascinante da quasi cinquecento anni. Ciò che mi sorprende in questo italiano è la sua intuizione nel captare l’essenza cubana, senza lasciarsi sviare da immagini stereotipate e turistiche.
Conosce Cuba da dieci anni, ha familiarizzato con la sua gente, conversando, curiosando e incontrando amici, con particolare predilezione per i quartieri centrali, ponte tra la città nuova e la vecchia. Può così scoprire e mostrarci aspetti della città che, pur abitandola giorno dopo giorno, non vediamo. La poesia, nelle sue immagini, si riafferma ancora di più nella maestria della composizione, tanto che La Habana como un Chevrolet risulta una sequenza assai ricca di comunicativa e valore testimoniale. Molti fotografi stranieri hanno raccontato con le loro opere questa città: Walker Evans, Cartier-Bresson, Renè Burri, Luc Chessex, Paolo Gasparini, Abbas, Alberto Shommer, Díaz Burgos, García Rodero, Sebastião Salgado, Antonio Arabesco, Pedro Coll e altri.
Ora a questo lungo elenco si può aggiungere un nuovo nome. Graziano Bartolini ci mostra il suo cammino nel museo pulsante dell’Avana, ma anche pericolanti e chiassose macerie di una città che si ricostruisce e si riorganizza; porticati delle vecchie case di epoca coloniale e repubblicana che ancora ci proteggono dal sole e dagli acquazzoni di maggio. Immagini di coppie di innamorati; il cammello, l’autobus creato dall’immaginazione cubana; bambini che giocano per strada a baseball; giovani e meno giovani che competono nel prendere la birra alla rinfusa che oggi nel quartiere è reperibile; il Malecón con uomini che pescano e bambini che fanno il bagno. Questa è la mia Avana. L’unica città del mondo per le cui strade passino ancora le automobili più antiche del pianeta. Questa è L’Avana che Graziano Bartolini mi regala, quella che si offre orgogliosa e ospitale, piena di speranza in un’epoca migliore.
(presentazione del libro La Habana como un Chevrolet).

español
Mi primer contacto con Graciano Bartolini fue en la antiquísima ciudad de Pistoia, en Italia. En ese momento me enseñó su proyecto del libro La Habana como un Chevrolet y de ese acercamiento pude persivir que estaba frente a un hombre “embrujado” de amor por Cuba y por La Habana; “sumergido” entre cientos de fotos tomadas en esta ciudad y inmerse en unas irreverentes imágenes fuertes y documentales de Centro Habana, su arquitectura, su idiosincrasia, su folklore y su Chevrolet de los cincuenta. Desde ese primer instante supe que su obra fotográfica, llena de orgullo, placer y emoción, se uniría al juego incesante que ejercen los que descubren lo inverosímil y lo místico en esta antigua Villa de San Cristóbal de La Habana, fascinante desde hace casi quinientos años.

Lo que más me soprendió de este italiano fue su intuición por captar la esencia de lo cubano, sin dejarse levar por imágenes estereotipadas que reciben muchos fotógrafos al descubrir La Habana.
Esta no es su primiera visita a Cuba, y por eso se ha familiarizado con su gente, conversando y curiosando en sus casas, así como haciendo amigos, atrapando los barrios de Centro Habana, cuya posición céntrica, le permite ser puente que une a la parte vieja con la nueva, donde Graciano con reconoce y nos maestra una ciudad que, aunque la vivimos día a día, no vemos lo que él descubre en forma de producto cultural.

La poesía en sus imágenes, se reafirma aún más con el encuedre y la composición, elementos característicos que Graciano juega con maestria y sensibilidad, al convertir “La Habana como un Chevrolet” en una secuencia comunicativa y testimonialmente rica.
Desde los primeros corresponsales y fotorreporteros foráneos del siglo XIX que documentaron las vivencias cubanas, hasta nuestros días, han pasado por La Habana cientos y miles de artistas-fotógrafos como: Walker Evans, Cartier-Bresson, Luc Chessex, Paolo Gasparini, Abbas, Alberto Shommer, Díaz Burgos, García Rodero, Sebastiaö Salgano, Antonio Arabesco, Pedro Coll, René Burri, y un enorme etc., que han tratado de buscar una imagen imperedecera y sin duda fundamental que está sempre ahí y que los fotógrafos tratan de detener. Y muy specialmente ahora este trabajo de Graciano Bartolini.
Esto es lo que nos muestra este fotógrafo italiano, con un corazón cubano, en su paseo por el museo rodande de La Habana, pero también achacosas y  ruidosos escombros de una Habana que se rescontruye y organiza; soportales de las viejas casas de la etapa colonial y repubblicana y que todavía hoy nos resguardan del sol y los aguaceros de mayo. También se presentan bellas imágenes de parejas de enamorados; el cammello, ómnibus creado por la imaginación del cubano para suplir la falta de trasporte en los años difíciles de la década del ’90; grupos de niños jugando al deporte nacional (la pelota) en el medio de la calle; jóvenes y no tan jóvenes que compiten arduamente en agotar la existencia de cerveza a granel que llegó hoy al barrio. Pero, además, hay hombres que pescan en el Malecón y niños que se bañan entre sus rocas mojadas; esa es mi Habana. La única ciudad del mundo que por sus calles ruedan aún, los automóviles más antiguos del planeta. Esa es La Habana que Graciano Bartolini me regala, la que se ofrece orgullosa y hospitalaria, esparanzada de una época mejor.

(Rufino del Valle Valdés, Presidente del Fondo Cubano de la Imagen Fotógrafica)  -  febrero 1999



 

Danilo Manera (scrittore)

C’è tutta la Cuba più umana nelle immagini che Graziano Bartolini ha raccolto durante i suoi viaggi, scegliendo di ritrarre quell’isola così colorata con la castità dei bianco e nero, col pudore dei grigi che rendono soffuso anche quel sole violento. C’è lo sbriciolarsi e il rinascere, tutte le contraddizioni di un popolo unico. Ci sono colonne scorticate, vetri tenuti insieme dal nastro adesivo, case dalle stravaganti geometrie, camion risorti dai rottami e poi palme dondolanti, acquazzoni improvvisi, lucchetti chiusi e braccia spalancate, bottiglie piene e bottiglie vuote, negozi pieni e negozi vuoti, guardi pieni e sguardi vuoti. Ma c’è soprattutto la gente, la gente che s’affaccia, che cammina, che gesticola, che guarda un po’ indietro e un po’ avanti, che parla, ride, legge, si lamenta, fa la coda, sfugge o cerca l’occhio della macchina fotografica. Sono gesti, movimenti che valicano i contorni obbligati del rettangolo stampato, linee e chiaroscuri che decifrano il mondo, lo inchiodano al suo essere pietra e terra e legno e cielo e qualche volta sorriso. Perché questo romagnolo ispido e sensibile ha per sua disgrazia o fortuna un cuore cubano, un cuore grande, con tutta l’ingenuità e la delicatezza, il rischio e lo slancio che ciò comporta.
Anche nella serie dedicata al quartiere di Centro Avana, il più autentico della capitale di Cuba, le sue fotografie sono una questione di dettagli e di luce, cioè del minimo e del massimo. Il loro equilibrio poggia su un particolare insolitamente nitido o insolitamente sfocato, immerso in un bagno di luce secca come uno schiaffo o morbida come una carezza. Molto dipende anche dall’occhio: il fuori visto da dentro che s’alterna con il dentro visto da fuori, l’essere straniero senza sentirsi straniero. Sfilano così un’attesa, un balcone, un cortile, una scala, un passo di danza accennato davanti a un tamburo, un’automobile tanto primordiale da sembrare una navicella spaziale, un saluto colto al volo, una strada lustra di pioggia, sudice carcasse sbrecciate accanto a linde piazzette restaurate, casupole di legno orgogliose degli slogan combattivi che portano dipinti alle pareti, un’andatura sbilenca o allegra, il domino o il baseball giocati per strada, una preghiera nei culti sincretici afrocubani, forbiti lampioni e onnipresenti biciclette, l’affaccendarsi quotidiano tra dignità e pazienza, il muretto sul lungomare che sembra contenere a stento le onde della baia. La distesa dei tetti a terrazza sotto un trasmigrare di nubi è perciò quella di un quartiere vitalissimo, fatto di cocci incollati insieme, dove le architetture sono umane, screpolate e fiere, ironiche e realisticamente meravigliose, dentro un tempo non facile, con dietro un mucchio di tempi crudeli o esaltanti, eppure fuori tempo.
(presentazione della mostra La Habana como un Chevrolet).

GRAFFITI DE AMOR  (español)

En las imágenes que Graciano Bartolini recogió a lo largo de sus viajes se percibe toda la humanidad de Cuba. Eligió una opción difícil: retratar a una isla tan multicolor con la castidad del blanco y negro, con el pudor de los grises que esfuman hasta la luz tan limpia y decidida del Caribe.

Así encontramos bien expresadas las cotraddiciones vitales de este pueblo tan especial. He aquí las columnas peladas y los carros resucidados, las palmeras que se contonean y los aguaceros inesperados, los candados bien cerrados  y los brazos bien abiertos, las botellas vacías y las botellas llenas, las tiendas vacías y las tiendas llenas, las miradas vacías y las miradas llenas. Vemos el ejército tiernamente verde de los cañaverales mientras relampaguea el machete, los bohíos perdidos en los campos orientales y los laberínticos solares habaneros, los enredos de cables eléctricos y las consignas pintadas en las vallas, rejas y sombreros, dignidad y paciencia, alegría y bicicletas. Pero, sobre todo, vislumbramos a cada paso la gente de Cuba, esa gente que se asoma, que anda, que gesticula, que mira un poquito palante y un poquito patrás, esa gente tan singular y entrañable que ríe, lee, se queja, vacilla, se faja, sueña, espera en una cola, baila, huye o busca el ojo de la cámara fotográfica.

Son gestos, movimientos que franquean las fronteras obligadas del rectángulo de papel. Son líneas y claroscuros que descifran el mundo, lo clavan a su condición de piedra y tierra y madera y cielo y de vez en cuando sonrisa. Si este pequeño milagro ha sido posible es porque nuestro fotógrafo italiano tiene, por su buena suerte o mala suerte, un corazón cubano, un corazón grande y sensible, con toda la ingenuidad y la delicateza, el riesco y el arrojo que esto significa.

Danilo Manera


José Ignacio Mejiá Velásquez
Ambasciata di Colombia in Italia

Un viaggio, un’avventura; il fotografo sensibile che non vuole alterare l’espressione della natura incontaminata; le parole “Il fiume di stelle e la palma della musica”, il magico ignoto, Yurutí, Yuruparí, Anaconda, Maloca, tutto come magica poesia di acqua e selva che si percepisce sfogliando le belle pagine che ci vengono mostrate…..
….seguendo il viaggio dell' Anaconda Ancestrale, che risale il rio delle Amazzoni, fino a raggiungere le cascate di Yuruparì, dove sparge i semi che diedero origine a tutte le razze che popolano questo territorio, Graziano Bartolini riesce a captare questo istante di amore universale e trasmetterlo nelle pagine di questo libro, come la musica del vento in un irripetibile tamburellare di gocce.
(Presentazione del libro “Yuruparì” di Danilo Manera, “Vaupés: il fiume di stelle e la palma della musica” di Danilo Manera e Graziano Bartolini, e inaugurazione della omonima mostra fotografica. Istituto Italo Latinoamericano, Roma 10 giugno 1999)

Jairo Anibal Niño (scrittore)

E’ arrivato un verde vento che ruota sugli alberi dolcemente come se volesse prenderli per i fianchi e ballare con loro. Sul tavolo della mia casa, grande come il cuore del pane che sempre aspetta di essere condiviso con gli amici, ci sono delle fotografie.
Queste immagini mi commuovono perchè sono fedeli allo spirito di questa nazione. Senza dimenticare l’orrore della violenza e della morte, sappiamo che l’amore e la vita fioriscono tutti i giorni nelle nostre mani e nei nostri pensieri. L’infanzia e la gioventù in Colombia non hanno perso le ali dai loro cuori e come lo mostrano le tue immagini, bevono le parole dello stupore che non sono altro che il vento verde del futuro.
(Commento alle fotografie del libro “Vaupés: il fiume di stelle e la palma della musica”)


“Non lasciare che il mondo contamini la verità dentro di te!"
(dedica firmata, mostra fotografica “Vaupés”, Borgo Val di Taro, giugno 1999)

“Foto così sono capaci tutti a farle”
(anonimo, mostra fotografica “Fotografia sul confine” Montefiore Conca, Maggio 2000) “

Ogni volta è un nuovo incontro con Cuba e la sua gente. Sempre più vicino, sempre più dentro. Grazie.”
(dedica firmata, mostra fotografica “La Habana como un Chevrolet”, Longiano maggio 2000)

Poseen los artistas italianos un don particular. Pueden concebir los espacios como aquella iluminación tridimensional que en los albores del renacimiento les llevó a ampliar el conocimiento del universo.
En las fotografías de Graziano Bartolini flota el halo de vida y originalidad, la fuerza del testimonio, el amor a este país y a esta ciudad, indispensable para entender a los cubanos.
Eusebio Leal Spengler

 

La nonna Ida
“Smettla ad fèm tòt càl caligrafì”
(Smettila di farmi tutte quelle calligrafie)
La nonna Ida confondeva sempre calligrafie con fotografie. Ma quando la fotografavo le faceva piacere, anche se, secondo lei, per essere più fotogenica, assumeva l’espressione di un generale mambí.

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