José Miguel Sánchez “Yoss”
REGINA È LA NOTTE
Regina è la notte e noi quattro siamo i suoi cavalieri di ventura, siamo l’Avana e siamo i 18 anni in tutte le direzioni dello zodiaco. Basta solo che appaia il profilo smilzo e ossuto di Rockinante su questa cantonata dove succede di tutto. Per ora siamo in tre: Sancio Pinza, scuro e allampanato dentro i suoi jeans più grandi di tre misure, tipo rapper di Harlem, Parsifal, biondo e robusto, sempre così beneducato, con i suoi pantaloni né larghi né stretti e la sua eterna camicia a quadretti, e il sottoscritto, Don Cosciotto, ammiratore fervente del maestro Lezama Lima, con qualche libro di troppo in testa e una zoppaggine cui devo il mio soprannome. Sì perché una sera in caserma, cercando di imitare gli schitarramenti frenetici che Rockinante mimava con una scopa, mi sono scordato che il fucile era carico e un proiettile calibro 7.62 mi ha perforato senza metafore la coscia, ragion per cui ho finito la naia in anticipo e mi sono guadagnato per concorso il diritto a studiare la mia adorata filologia.
E dato che regina è la notte e bisogna spassarsela, stiamo facendo finta che non c’importa se Rockinante è in ritardo anche a quest’appuntamento chiave, perché oggi è l’anniversario del giorno in cui gli altri tre hanno finito il servizio militare e recuperato la strada, le mattine a letto e i capelli lunghi. Salutandoci c’eravamo giurati di rivederci per sapere cosa ne sarebbe stato di noi nei primi dodici mesi di libertina libertà. E infatti eccoci qui, sorpresi di quanto siamo ingrassati o dimagriti, a raccontarci dei continui black-out per mancanza di energia elettrica, delle ragazze formidabili reali o inventate che abbiamo avuto o ci siamo persi, dei viaggi che tutti progettiamo senza poterli concretizzare, del baseball, e naturalmente della situazione a Cuba, che non se ne può più, ma tutti tirano avanti e cercano di divertirsi e noi non saremo da meno.
Passa il tempo e passano davanti a noi ragazze da spavento e da sballo, con pochi vestiti attillati e con quel sabor latino che nessuno sa esattamente cosa sia perché non abbiamo nient’altro a cui compararlo se non il passo mezzo marziale delle tedesche con le quali abbiamo sempre sognato di passare la sera e la vita e la barriera doganale dell’aereoporto. È che sono le sei di un portentoso tramonto d’agosto dopo che un acquazzone ha portato l’umidità a livelli da bagno turco e Rockinante non arriva e non arrivano nemmeno le quattro bambole della facoltà d’ingegneria civile che ha promesso di portare. Se fosse un altro non ci avremmo creduto, ma si tratta del rockettaro con gli occhi azzurri, il miglior beccaccino di femminucce di questa città, e da lui ci si può aspettare di tutto, sicché continuiamo a guardare la piena di figliole che va e viene attorno al Cine Yara: le puttanelle appiccicate ai loro turisti, quelle perbenino che lottano con fardelli e biciclette, alcune con gelati tropicali Coppelia, pura acqua che non resiste, altre con fiammanti coca-cole, adesso che i dollari si possono usare liberamente e non si devono più nascondere, come faceva Sancio Pinza il traffichino prima della naia.
Sancio, nervoso e con gli occhi luccicanti, con dentro quel riflesso che dice di conservare da quando, bambino, era il flagello dei panni stesi in calle Jesús del Monte. Si burla dei gay che sfarfallano anche loro nell’atrio del cinema, aspettandosi l’un l’altro o aspettando il proprio straniero. Sancio Pinza, nero milleusi e buon compare. E Parsifal lancia-in-resta, promessa sportiva dell’Unione della Giuventù Comunista, il futuro campione del mondo di karate, che studia da professore d’educazione fisica nella Scuola Superiore di Perfezionamento Atletico e ora si guarda in giro un po’ stranito e preoccupato che l’immacolata morale della sua tessera di partito possa essere compromessa dalla compagnia di entità non convenzionali come siamo noialtri. Diamine, se Rockinante non si fa vivo alla svelta con la sua zazzera scarmigliata, la serata butta male e può darsi che nemmeno la classica bottiglia di rum da spartirci sul parapetto del Malecón prendendo in giro affaristi e donnine ci salverà dal pozzo della noia, cioè dal cominciare a lamentarci perché non c’è questo e manca quell’altro, non c’è gas, non c’è riso, non ci sono vestiti, non ci sono autobus, non c’è...
Non c’è motivo, per fortuna, di essere pessimisti, perché regina è la notte ed ecco qui il suo figliol prodigo, Rockinante, non può essere che lui a scendere da una vespa nuova di zecca, tirando baci a una bionda formosetta, con quell’odorino di prosciutto che hanno le straniere e le gambe bene in carne e non depilate di tante europee, e adesso si avvicina per presentarci. Lei è Livia, di Milano, e giù la battuta rifritta che “è una milanese, però non come la cotoletta, e parlate adagio che sta imparando lo spagnolo”, ma intanto lui parte in quarta con la sua loquacità irrefrenabile e l’italianella saporita lo guarda come un disco al doppio dei giri. “Questi sono quelli della mia cricca, gli amici del cuore, che mi hanno impedito di impazzire sotto le armi, rapato a zero, vestito di verde oliva e costretto a marciare per ore”. Ma ci presenta di furia perché Livia ha una faccenda da risolvere per il suo visto e bella ciao, arrivederci Milano, cara mia.
Così restiamo noi quattro, i padroni del territorio, quelli che si sono divorati il mondo nel reggimento 1105 dell’esercito e adesso si fanno come dolce l’Avana, che insieme a Varadero è tutta Cuba, perché il resto sono aree verdi. E il povero Rockinante sopporta le frecciate: “stallone silvestre, ti sei riempito di spaghetti, eh?” (questo sono io), “che bella retroguardia quella moto!” (questo è Parsifal, incapace del minimo frizzo) e “dopo che vi siete sposati non avete bisogno di un negretto per portare le valigie e far passeggiare il barboncino?” (Sancio Pinza, ovviamente). E Rockinante depone le sue arie da conquistador per sganciare la bomba: “le ragazze non possono venire” (sospiro generale di scoramento e Sancio che sibila: bugiardo di un bianco!) “...non possono venire subito. È che volevano che io passassi a prenderle e capite bene che non potevo farmi pizzicare, perché le italiane sono gelosissime, o non avete mai visto i film di mafia?” Sì, sì, li abbiamo visti, vai avanti. “Siamo rimasti d’accordo di vederci qui alle dieci meno un quarto, per l’ultima proiezione, non c’è problema, sicché forza” (e ci mostra una manciata di verdoni onnipotenti della Federal Reserve), “andiamo a sederci nel Bulerías, la taverna di Cuba, con le ragazze belle e costose, a vedere se rimediamo qualcosa”.
Attraversiamo la 23, la giugulare dell’Avana, complimentandoci salacemente con tutte le minigonne che incontriamo ed evitando gli occhi dei muscolosi ragazzi in canottiera, quelli che costano un tanto a notte e fanno di tutto. Ah, L’Avana, e il marciapiede dell’Habana Libre Guitart con la sua coda di infelici che approfittano degli ultimi momenti d’apertura del negozio per comprare qualcosina e sgraffignare quel che possono. E noi siamo quattro così diversi che non possiamo che star bene insieme, siamo quattro volte 18 anni, un poker d’assi per la notte nostra regina. Dei tizi ci guardano dalle loro Lada e Moskvich e alcuni si offrono a voce bassa come taxisti. Facciamo la gimkana, come abbiamo visto fare alla tele dai vagabondi del Bronx, in mezzo ai tizi in attesa che un’auto con la targa turistica gli si fermi davanti per precipitarsi solleciti a lavare i vetri. Sancho Pinza non perde l’occasione di lasciar partire la battuta al vetriolo: “Cuba, capitalismo per loro e socialismo per noi, the best di entrambi i mondi”. E anche il peggio, ma perché preoccuparci di qualcosa che non si può cambiare?
“Tromba e scopazza, che la vita è una bomba pazza” sussurra lo scurrile e sovreccitato Rockinante all’orecchio della bionda tinta che ci porta l’ordinazione. E lei ride, chiaro. Perché anche lei è sui vent’anni e bisogna vivere, e non spaccarsi il cranio con riflessioni sulla fine del socialismo reale e la caduta del muro di Berlino, pensare a cose concrete, che per qualcuno sono la discoteca e le cassette di rock, e per altri il business nostro quotidiano, o il training d’alto rendimento per vedere se lo prendono in nazionale e gli saltano fuori dei viaggetti all’estero, e per me un dottorato all’università di Salamanca, se mi brucio a sufficienza le palpebre su De Saussure. Fine del sogno collettivo, benvenuti i sogni privati. L’unica cosa collettiva siamo noi, che beviamo nel crepuscolo, tutti una birra Hatuey meno Parsifal che è analcolico. Beviamo soltanto perché Sancio Pinza, che i soldi deve sudarseli col suo commercio, pensa che comprare pizze qui è uno spreco e conosce un ristorante casalingo semiabusivo qui vicino dove ci rimpinzeremo, perché le proteine sono basic, gentlemen, che lo dica quel trippone di Don Cosciotto (non m’importa che mi deridano, se non era per loro me la sarei vista brutta sotto le armi: io gli scrivevo le letterine d’amore per le fidanzate e loro mi procuravano razioni extra di cibo e impedivano che i neri mi violentassero, per questo rido, perché sono uno del quartetto cervantino, perché regina è la notte e noi siamo i suoi scudieri).
Scendiamo giù per la Rampa diretti all’osteria casalinga e ci sono molte ragazze dai capelli vaporosi e le natiche tornite (ci si imbatte nell’espressione primitiva e selvaggia e dondolante del culo solo in questi giorni, a quest’ora, da queste parti; questo paese è un di dietro che pensa solo a godere, e a volte si dimentica che la sua funzione è un’altra, e che il poeta Nicolás Guillén mi perdoni l’apocrifo). Non sento la mia gamba zoppa tra tutte queste ragazze nell’età d’oro dei quindici anni e dintorni, quando le brutte fioriscono e le belle avvampano! Parsifal si ricorda che oggi c’è una festa di quelle dell’Unione della Gioventù Comunista nel padiglione Cuba, con Pablito y su Élite e Los Sauces, e ciò spiega quella valanga di bimbe. E Sancio Pinza, fanatico sfegatato e sanguigno di tutto quello che odori di salsa, ci invoglia, anche se non gli va troppo giù che sia organizzato dal partito. Parsifal, coi suoi modi lenti e ragionevoli, cerca di spiegargli che lui ha la tessera non perché sia rosso o violetto, ma proprio per le attività, i balli, le feste. Così chiunque si guadagna il consenso popolare: trasforma un meeting in una baldoria e diventano tutti rivoluzionari!
Alla fine non entriamo, perché Rockinante ci abbindola con la descrizione della quattro studentesse di ingegneria, carne fresca, campagnole della provincia che vogliono vivere L’Avana, e poi a lui non garba il tumulto perché i cappelloni calamitano le risse con tutti i tipi color telefono che hanno alzato troppo il gomito e vogliono far prender aria al coltello. E Sancio Pinza lo rimbecca che sì, che tutti i cappelloni sono checche e tutti i neri sono bucaioli, ed è uguale chi lo dà e chi lo prende, ma per fortuna la cosa finisce lì, perché siamo arrivati davanti all’osteria privata e Sancio entra a trattare.
Fuori, affamati, restiamo noi tre: Rockinante col walkman che non spegne mai, i jeans tagliuzzati, i capelli nerissimi fin sulle spalle, la t-shirt dei Megadeth con il teschio e la falce. Parsifal nerboruto come un pino, innocente, puro. Io obeso, informe, con la maglietta che recita “Carpe Diem”, come nel film L’attimo fuggente. Rockinante parla di Metallica, delle pasticche euforizzanti che gli ha dato Livia, del megaconcerto con 14 gruppi nei giardini dell’Unione degli Scrittori e Artisti Cubani, dove deve infilarsi a qualunque costo, del complesso di cui fa parte, i Fuori di Testa, che spopoleranno appena saranno riusciti a comprare gli strumenti, della sua casa che cade a pezzi e non ha con che ripararla. Parsifal l’aitante, monotematico, parla dei suoi allenamenti di karate nella palestra dove fanno pratica anche quelli dei corpi speciali, e le tecniche marziali si confondono con le riunioni dei vari comitati di cui fa parte e con i trucchi per portare a sua madre un po’ della superrinforzata dieta sportiva che gli danno. Ha una fidanzata che fa salto in alto, si chiama Marieta e pensa addirittura di sposarsi con lei, perché Parsifal è l’unico serio, a modo e generoso di tutti noi. E a volte sembra persino convinto che la situazione di Cuba si sistemerà con le imprese miste e che prostituzione e intrallazzi sono un puro malessere transitorio e che le donazioni di solidarietà e gli aiuti umanitari terrano in piedi questa cheguevariana Isola della Libertà. A me fa ridere, ma ognuno ha il suo chiodo fisso, e non c’è costrutto a discutere di quel che non ha soluzione, questa è la consegna.
Sancio alla fine ci fa entrare, col sorriso del maneggione che è riuscito a ottenere uno sconto. Io racconto della semiotica e loro mi chiedono se è vero che le ragazze di Lettere e Filosofia sono così sfrenate come sembra, perché in questo paese studiare all’università è uno status di dolce vita e swing. Ahi, e io che non posso dirgli che non ho ancora trovato la prescelta del mio cuore e che a volte mi preoccupo pure del fatto che a me piaccia più la fragola del cioccolato (e alle lesbiche che gelato piace? l’arancia-ananasso?), ma so che anch’io, Don Cosciotto, sono uno di loro e che loro sono la mia gente e che la notte regna sulla nostra pianura della Mancia caraibica.
Sancio, con la bocca piena, parla del suo banchetto di artigianato pseudo-afrocubano, di quant’è duro trovare i materiali e i tizi abili a intagliare, perché lui fa solo da intermediario, non sa niente di scultura, il suo ruolo è vendere. Sta sempre con quella mulattina, in un soppalco di calle Jesús del Monte, tra poco cominceranno ad arrivare i marmocchi e la stanza è così piccola che dovranno dormire a turno... Ma lui è fiducioso, pensa di metter su un piccolo laboratorio, la sua impresuccia privata, che è lì the future, brothers, credete a me che sto on the road, e misters, guardate un po’ che delizia è arrivata!
Regina è la notte? Bugia! La notte è principessa, la regina è la mulatta da fantascienza che è appena entrata in compagnia di due bianche. “Una fantina di turisti, si vede lontano un miglio” sussurra Parsifal il gagliardo, come se con ciò la faccenda fosse chiusa, ed è vero che con loro c’è un tizio dall’aspetto messicano e la catenina d’oro al collo, e tutte e tre gli fanno le fusa. “Magnifico!” sentenzia Rockinante da dietro il suo piatto. “L’azteco si sbronza subito e noi gliele soffiamo.” Il solito bla bla bla tra cubani, penso io, ma c’è il pragmatismo di Sancio a impedirlo: “Parsifal, da questo momento tu sei tedesco, di Düsseldorf, e sai un po’ di spagnolo. Fa’ l’accento dei nazisti dei film e dì ogni tre minuti ja, nein e quelle cose lì.” “E ti sei cambiato in casa di Don Cosciotto perché l’acquazzone del pomeriggio ti ha infradiciato” postilla Rockinante, trovando una scusa per la tenuta nazionale e terra terra di Parsifal. “Ma io... io non so...” mormora lui. “Piantala, tira fuori la faccia da babbeo che hai su sempre e ridacchia spesso... a dammi qui l’orologio sovietico, che quello non si usa più nemmeno in Mongolia” conclude Sancio.
Sembra che la messinscena possa funzionare e non mi resta che lanciarmi anch’io in quest’avventura e trasformare i mulini a vento in giganti, sicché cominciamo a fare segni verso il tavolo delle cowgirls e Rockinante passa il malloppo di dollari a Parsifal di nascosto perché paghi lui facendosi notare, e l’azteco sarà magari un barbaro col tequila, ma il rum l’ha già steso, e le tre ragazze ci guardano e Sancio Pinza dice tutto contento: “Stanotte ci facciamo puledre da valuta pregiata, al diavolo le scemette di ingegneria e quel film insipido d’amore e ombre, e vada a farsi friggere persino quel ganzo di Pablito e la sua scorta di ballerine mulatte da deliquio, che queste non sono su un palco, ma a portata di mano”. Rockinante precisa che le porteremo a casa mia, perché sono l’unico cha ha un appartamentino con entrata indipendente: diremo che lo affitto a Hans Parsifallen. L’azteco s’arrende, noi usciamo sicuri che ci verranno dietro. Infatti è così. “Al Malecón, people, è fatta!” ordina Rockinante, più esperto in queste schermaglie. E la notte è regina con uno strascico di stelle sul lungomare della baia, e loro, sua altezza la mulatta e le dame di corte, ci si avvicinano smorfiose e chiedono da accendere, e Rockinante tira fuori i fiammiferi, dopo che Parsifal, fedele alla sua parte, ha dichiarato con un tremendo accento da killer di serie B che lui no smoking, tropical fräulein e la mulatta: “Ah, sei tedesco, vero? che fai stasera?” “Ich und miei amici desiderare eine fiesta” (cazzo, il gagliardo dev’essere un maniaco dei film coi tedeschi, ingannerebbe la zia di Hitler) e loro chiaramente offrono il Palacio de la Salsa: “Do you like rumba? NG La Banda, wunderbar!” E anche se a Sancio brillano gli occhi appena sente parlare del Tosco, il cantante del gruppo citato, e s’immagina quei regali glutei color caffè sballonzolanti al ritmo del suo hit Masca la cachimba, deve far segno a Parsifal che nein, andare a casa, e lui indica il suo big freund Michael (sono io), che avere pastillen und ich volere qualcosa di intimo, typical (uno strip-tease coi fiocchi, sento che sussurra Sancio e meno male che loro pendono dalle labbra del forzuto teutone). “È qui a due passi” propone Rockinante, fissandole coi suoi occhi celesti, come a volerle convincere che se il germanico non fosse all’altezza, lì c’è un rockettaro pronto a farle volare verso l’infinito. E loro tre bisbigliano, sembrano esitare, poi accettano: regina è la notte! E sebbene siano solo tre, so che meglio un secondo posto che restare fuori gara.
Ma proprio in quel felice momento, una sfiga colossale. I berretti neri, la brigata speciale della polizia, giovanotti della parte orientale dell’isola che sembra che non sappiano ancora come vanno le cose all’Avana, dove arrabattarsi è l’attività più rispettabile che ci sia. “Buonanotte, cittadini, i loro documenti per cortesia.” Ora sì che Parsifal perde tutto il suo fascino di Düsseldorf e se la fa sotto pensando alla tessera di partito. Le ragazze mostrano le loro carte d’identità guardandoci con odio. Ma Sancio, come sempre, è senza documenti, e lo sbatteranno dentro, per comportamento sospetto o misura cautelare d’ordine pubblico o anche solo perché gli gira così, quando uno dei Rambo riconosce Parsifal e gli dice: “Ma tu non sei Carlos, il karateka della Scuola Superiore di Perfezionamento Atletico?” E lui, con un sorriso da un orecchio all’altro: “Tenente Escovedo!” Meno male, la tensione si scioglie: “Sono bravi ragazzi, se c’è questo campione dei nostri non c’è da preoccuparsi. Ci scusino, ecco i loro documenti. Chi è Axel Cervantes?” Rockinante dice: “Sono io”. “Lei si ricordi che la carta d’identità non è un album di foto di gruppi rock, le metta da qualche altra parte. E tu Carlos, non fare tardi e allènati, che quest’anno dobbiamo vincere la Coppa Moncada. No, grazie, non possiamo accettare da bere, siamo in servizio, e voi fate attenzione a non comprare bottiglie in strada perché ieri sono morti in diversi per un’intossicazione da metanolo: vendono porcherie.”
I tutori della legge si allontanano e Sancio Pinza tira il fiato: “Stavolta me la sono vista brutta, ansiosa com’è mia moglie, se non rincasavo schiattava. Ecco la riprova che questa è una società socialista, ovvero dove ti va bene se hai un socio al posto giusto”. Sembrerebbe logico che la mulatta da campionato e le sue due gregarie, deluse e buggerate, ci privassero dei loro corpi, per cercare eine kleine nachtmusik altrove. Invece, sorpresa, niente di tutto ciò.
Una delle bianche si pianta davanti a Rockinante, lo squadra da capo a piedi e quando già ci aspettiamo che gli strappi la cuffia del walkman e gliela cacci in quella bocca eternamente sorridente, fa: “Dunque tu sei Axel Cervantes, eh?, il bassista dei Fuori di Testa?” E lì sì che restiamo fulminati. Le tre scoppiano a ridere e si presentano: Eglis, Alina, Jenny. E la faccia di Rockinante è un enigma finché sbotta, colpendosi la fronte: “Chiaro, l’unica che conoscevo era Teresa! Che le è successo? Perché non è venuta?” “È malata.” E io comincio a capire: sono le ragazze della facoltà di ingegneria, e anche Sancio sghignazza e bisogna spiegare tutto al frustrato Hans Parsifallen, perché si unisca alle risate, e nessun problema per il numero, la mulatta ha un’amica mezzo intellettuale che studia all’Istituto d’Arte e magari va a genio al sottoscritto Don Cosciotto, e dopotutto sono solo le nove, restano tre quarti d’ora prima di vedere sullo schermo del Yara la versione cinematografica del romanzo di Isabel Allende, e la mulatta: “Chissà cosa penserete di noialtre, che vergogna!” Ma no, può capitare a chiunque, e giù a ridere, come dovette ridere di gusto Don Chisciotte dopo l’avventura dei mulini a vento, e loro: “Quel messicano insisteva e noi eravamo in anticipo e abbiamo pensato di mettere qualcosa sotto i denti a sue spese. Era già mezzo brillo...” E io vorrei dirgli che non devono scusarsi solo per averci provato, che quello è il gioco e così va il mondo, o qualche frase simile, ma meglio che stia zitto, perché, comunque, in questa splendida Avana, dopo il film potrebbe durare ancora il concerto di Pablito y su Élite, e allora una bella sudata, godersi la festa e non pensare a morali anacronistiche o rimorsi di coscienza che non divertono, perché abbiamo 18 anni e la vita davanti, meglio spassarsela, il domani non esiste né per noi quattro né per nessuno, sicché regina è la notte, e saliamo su per la Rampa, loro tre già abbracciati a coppie, io in attesa di vedere come sarà quell’amica dell’Istituto d’Arte, pieno di fiducia, che forse stasera...