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TRE GIORNI CON COMPAY SEGUNDO
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(Firenze 1999)
Con Compay Segundo e Giovanni Ferrero |
E’ il diario di tre giorni passati in Spagna, nello
studio di registrazione El Cortijo, nei pressi
di Malaga, a realizzare il servizio fotografico, su
invito della casa discografica Dro East West, mentre
Compay Segundo ed il suo gruppo erano intenti nelle
registrazioni del nuovo disco “Las flores de la vida”.
Tre giorni con Compay
L’arrivo allo studio “El cortijo”, si trasformò
quasi in una piccola festa di benvenuto. Quasi tutti
i musicisti si trovavano, affamati ed in attesa che
il pranzo fosse servito, fra il cortile interno, la
sala con il biliardo, il cortile posteriore ad ammirare
lo splendido paesaggio.
Ne approfittammo per un brindisi pieno di risate e pacche
sulle spalle; e pensare che erano passati solo due mesi
dall’ultimo incontro.
Solamente Compay, come al solito, insieme al figlio
Salvador, Hugo, ed i due tecnici del suono, era ancora
dentro la sala di registrazione, alle prese con l’arrangiamento
di un brano che non lo convinceva. Anche con loro tre,
il rivederci non poteva che essere carico di calore
ed allegria. Ho conosciuto Compay personalmente solo
alla fine dello scorso anno, nel concerto di Firenze
del 27 dicembre. Da allora ci siamo rivisti varie volte,
non solo in Italia per le sue tournee, ma anche a Cuba,
nella sua isola, con la quale nutro un rapporto di affetto
e di amicizia con la sua gente, che dura da più di dieci
anni. Pertanto sapevo che, oltre al lavoro da svolgere,
sarebbero stati tre giorni carichi di fascino e coinvolgimento,
nell’ascoltare come nuovi brani musicali prendono vita
e forma, di questa musica, in apparenza semplice ed
elementare, è invece un insieme di sonorità, di cambi
di ritmi, e di ricchezza strumentale.
Di Compay, vista la sua popolarità, dopo Buena Vista
Social Club e gli altri fortunati dischi, si conosce
la sua straordinaria simpatia, ed allegria contagiosa,
che sa trasmettere con una facilità incredibile. Il
successo non ha cambiato questo eterno ragazzino, che
il prossimo 18 novembre compirà novantatre anni. “La
fama ed il denaro” - è solito ripetere - “sono due delle
peggiori malattie che possono colpire un uomo. Per il
denaro si farebbe qualsiasi cosa, mentre invece per
la felicità, servono solamente una famiglia, qualche
amico per suonare e bere in compagnia, ed un buon sigaro.”
L’aria distesa che si respira, in questa splendida villa,
sulle prime alture della strada che da Estepona conduce
a Ronda, è il luogo ideale per trovare la giusta dose
di relax, dopo le tournee che ultimamente si susseguono
ininterrottamente, dall’America Latina all’Europa.

E’ da una settimana che il gruppo è arrivato, e tutti
sembrano in ottima forma, già riposati e carichi, per
provare, riprovare, e poi ancora, accordi, partiture,
missaggi, strumento per strumento, sempre sotto l’orecchio
vigile di Compay. Una cosa mi colpisce: la sua estrema
severità per ogni piccolo dettaglio. Dalle claves
dal suono troppo acuto, ai clarinetti che entrano con
un millesimo di ritardo, o con un tono leggermente basso,
o la voce di Hugo che deve schiarirsi. Tutto sempre
sotto la bacchetta esigente,di questo direttore d’orchestra,
o meglio dire, sotto il sigaro… Si fa presto sera, ma
si continua a provare. Tutte le sere si prosegue, senza
grandi soste, ma con entusiasmo, in un ambiente gioviale,
segno che tutti partecipano con coinvolgimento e passione,
fino all’una o alle due di notte. In questo primo giorno,
mi sono mosso con una certa cautela, con il timore di
dare fastidio, anche se tutti mi hanno rassicurato che
non faranno caso a me, che segua l’idea che ho nel realizzare
questo servizio, che non devo in nessuna maniera sentirmi
un intruso, che anche il mio lavoro serve, perché il
disco abbia successo…… Il mattino successivo, a turni
si metteranno a mia disposizione, per dei ritratti,
in studio, o seguendo le indicazioni che Luis Lázaro,
produttore esecutivo, ha incarico di darmi. Compay,
facile da prevedere, è sempre il primo a svegliarsi,
a salire in cucina, con l’immancabile puro il
bocca, a bersi il primo caffè. Sono, in effetti i momenti
più belli. Il silenzio intorno, l’aria fresca e leggera,
le storie che sempre ha pronte. A volte ricorda persino
vecchi brani musicali, dei quali non esistono né lo
spartito, né il testo della canzone. Spesso Basilio,
l’altro figlio, come ho notato ieri, aggiunge questi
segmenti di vita del padre nel diario che sta scrivendo
durante questa permanenza che si protrarrà per più di
un mese in questa casa-studio di registrazione.
Una storia che Compay sovente racconta è quella che
ricorda sull’inaugurazione del Campidoglio dell’Avana,
dove lui fu uno dei musicisti della banda che suonò
al concerto nel 1920 quando venne inaugurato: e settantasette
anni dopo, nello stesso edificio, festeggiò, su invito
di Fidel Castro in persona, il suo novantesimo compleanno.
Ma sicuramente una delle sue storie più simpatiche è
quella che racconta di suo padre, di quando faceva il
macchinista di treno, da Santiago di Cuba, alle miniere
di nikel sulla Sierra Maestra.
“Mio padre fu uno dei primi macchinisti di treno a Cuba.
Pensa che, c’era un punto dove la ferrovia passava vicinissima
al mare. Sembrava quasi, raccontava mio padre, che le
acque marine salissero con il passare dei mesi. Lentamente,
ma inesorabilmente, con il rischio di sommergere i binari.
Per fortuna che in quegli anni avvenne un fatto che
salvò la ferrovia, e anche noi che vivevano di quel
lavoro”.
“E cosa successe?” gli chiedo curioso.
“Come cosa successe, non conosci la storia? Successe
che in quegli anni aprirono il Canale di Panama, e così
le acque defluirono tutte dall’altra parte……”
Ma Compay non ti dà il tempo di ribattere o di cadere
nello scherzo. Gli piace talmente tanto che non si trattiene,
ed inizia e ridere a più non posso per la bufala raccontata.
Intanto altri ci hanno raggiunto, svegliati dall’odore
del caffè, o meglio, dalle risate di un eterno ragazzino
che tiene banco, sempre al centro dell’attenzione, sempre
con qualcosa da raccontare, da commentare. E’ stato
divertente fotografare singolarmente i musicisti: chi
si è cambiato di abito, chi invece ha voluto essere
fotografato in sala di registrazione senza tanti preamboli.
Compay ha stupito tutti, con il suo abito di lino bianco,
è salito nel cortile interno, con la sua piccola chitarra
a sette corde per avere il suono simile a quello del
tres, l’immancabile sigaro in bocca, panama in
testa, e passo deciso: “Dove vuoi che mi metta? Ma prima
togliti quegli occhiali da sole. La gente che non fa
vedere gli occhi, è segno che ha qualcosa da nascondere.
Tu hai qualcosa da nascondere?”
“No Compay, è per il sole” cerco di giustificarmi. “Il
sole un accidente. E poi come fai a fotografare con
quella roba sugli occhi?”
I miei tre giorni con Compay ed i suoi muchachos,
sono proseguiti in questo modo, ascoltando, scattando
immagini, raccontando anch’io storie allegre, coinvolto
dal clima pieno di calore di questi miei amici musicisti.
Ed il giorno della mia partenza, ho lasciato questa
casa con tristezza perché sarei volentieri rimasto ancora,
ma con il cuore stracolmo di felicità per i tre giorni
passati.
Arrivederci Compay e tutti voi, al prossimo concerto,
alla prossima rimpatriata a Cuba, o dove le nostre strade
faranno in modo di incrociarsi di nuovo.
(Giugno 2000).
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