|
Tocar Sueños en Cuba
(Stampa Alternativa, 2001)
formato cm. 15 x 21; 160 pagine;
80 foto b/n bicromia; presentazione di Danilo Manera;
testi di Miguel Mejides;
bilingue italiano - spagnolo.
CD allegato: 16 brani dal vivo;
78 minuti; registrazioni Patrizia Lonzardi; selezione
brani Graziano Bartolini;
Un
fotografo italiano e uno scrittore cubano si mettono
in viaggio per l'isola caraibica, rivoluzionaria e ballerina.
Li accompagnano la moglie del fotografo, incaricata
di registrare canzoni al volo, e uno strano personaggio
dagli oscuri intenti e dai curiosi poteri, l'uomo della
faccia di luna. Costui è l'unico che sa esattamente
cosa vuole e pertanto si guarda bene dal farlo capire
e stende veli fumogeni depistanti ogni volta che apre
bocca. Gli altri tre hanno invece obiettivi così articolati
e ambiziosi da risultare fasulli, un mero paravento,
copiato inconsapevolmente dal gergo occultista dell'uomo
dalla faccia di luna, un paravento dietro il quale c'è
il segreto nobile del viaggio: lasciarsi trasportare,
lasciarsi trovare. I nostri adottano il solo accorgimento
di spargere in giro caparbiamente, come sirene smaniose,
richiami per quello che li ammalia e li inquieta: il
rapporto dei cubani con la musica, che sull'isola zampilla
ovunque, variegata e insieme inconfondibile, e che ha
ancora province inesplorate, sorrisi spontanei, silenzi
sfavillanti e buie melodie.
È un campo già abbondantemente registrato, ritratto,
filmato e raccontato in questi ultimi anni, eppure questo
incongruo drappello riesce magicamente a regalarci delle
novità e soprattutto a mostrarcele in modo nuovo.

A
Regla, sulla baia avanera, incontrano Carlos Delís,
un uomo-banda che canta boleri ogni pomeriggio nell'atrio
di casa sua, accompagnandosi con la chitarra e le percussioni
per la gioia di vicini e passanti. Non distante da lì
c'è la base del gruppo Aché Moyoba, composto quasi interamente
dalla famiglia Pérez, in cui abbondano i babalaos,
sacerdoti dei culti sincretici afrocubani della santería.
Canti e ritmi instancabili sono rivolti agli orishas,
antiche divinità africane fuse con santi o madonne cattolici.
La casa di legno, sudore e luce degli Aché Moyoba è
un centro di riti, omaggi, preghiere: un cortile dove
il tempo è scandito da una chiave inglese su un pezzo
di ferro e dalle acrobazie di un ragazzino che impara
i primi passi per l'estasi yoruba.
A Camagüey i nostri sono accolti dalla barba bianca
di Miguel Escalona, potente cantautore rimasto come
clandestino in mezzo al suo pubblico, rifuggendo dalle
incisioni discografiche e dai palcoscenici di moda,
fedele a un sottofondo di gente che parla e beve e gli
fa coro. Al suo fianco, Antonio Batista, un trovatore-babalao
con i baffi neri, la coppola bianca e un braccialetto
d'oro, che ha studiato per anni in URSS e ha fede nel
destino dei suoi sogni scortati da note-farfalle.
Miguel Escalona un giorno consegnò al mare la chitarra
con cui aveva scandito la protesta antimperialista e
sulla quale era andato appiccicando i ritagli di giornale
di quella lotta. Oggi riassume la sua filosofia di poeta
squattrinato dicendo che si canta per una necessità
presente, non per il futuro, e che nella vita bisogna
fare solo quello che, se uno vivesse due volte, rifarebbe
tale e quale. È lui ad accompagnare il quartetto dal
grande pianista ultranovantenne Jorge González Allué,
compositore tra l'altro della celebre canzone Amorosa
guajira.
I nostri si spingono fino alla parte orientale dell'isola,
dove a Bayamo ascoltano il son ruspante del Sexteto
Canoy e del Grupo Enhorabuena. E nel villaggio costiero
di Guasimal, poco a sud di Manzanillo, incontrano un'altra
famiglia fuori del comune: gli Escalona Rodríguez, pescatori
e musicisti autodidatti, che da 123 anni animano il
Grupo Guasimal. Sotto una tettoia, tra la fisarmonica
e una serie di strumenti inventati prendendo spunto
da attrezzi di lavoro, una donna macina ritmicamente
il caffè e un'altra lo prepara e lo serve ballando.
L'anziano cieco padre degli attuali componenti e nipote
del fondatore è un maestro del tres, un chitarra
creola orientale a tre corde doppie, nata dalle cassette
di pesce.

Dall'Avana
Vecchia a Baracoa, tra orchestrine folcloriche e bande
d'ottoni, feste di strada e apprendisti virtuosi, questa
strana pattuglia si è infilata come un ago nell'ordito
meticcio dell'istinto musicale cubano. Le fotografie
di Graziano Bartolini ce ne restituiscono alcuni ricami
sulla tela del quotidiano: rabberciati strumenti portati
in spalla, santini ai muri, scalcinati interni con irriducibili
televisori sovietici, portoni scuri, sedie a dondolo,
panni eternamente stesi, resti di chissà quali bibliche
piogge, scale sbilenche, ringhiere arrugginite, un'annotazione
rapida sul pentagramma, pozzi e maioliche, muffa e biciclette,
panchine e colonne, dita e marciapiedi, la metafisica
chiocciola di un contrabbasso arricciolata come la coda
d'un cavalluccio marino e un vecchietto equilibrista
che levita con le maracas ai piedi. La prosa di Miguel
Mejides ha un piglio tutto suo, e nella traduzione andava
mantenuta, spesso letteralmente, un certa impronta visionaria,
una sintassi srotolata o vorticante, un accavallarsi
di immagini simile al luccicore di un caleidoscopio
ubriaco o a un groppo da cui spenzola il filo di un
ricordo apparentemente stonato, di un'esclamazione isolata,
di uno scarto lessicale che è come il battito di un
cuore traballante e sconcertato. In questo libro sono
riuniti tre aspetti del viaggio: immagini, musiche e
racconto. Ognuno un po' completa e un po' spiazza gli
altri, come nella cadenza sincopata del son e
nelle ariette sincere del tres, in sintonia con
un luogo, Cuba, dove dal canto e dalla danza si vuole
tutto e il contrario di tutto: ebbrezza sensuale e trasporto
mistico, impegno sociale e divertimento sfacciato, oblio
dei guai e coraggio per affrontarli, armonia e disequilibrio.
Resta ignoto un solo particolare: quale passione o disfatta,
quale spirito o cantilena si è mai portato a casa da
Cuba, zitto zitto, l'uomo dalla faccia di luna?
Danilo
Manera

Un
fotógrafo italiano y un escritor cubano se ponen en
camino por la isla caraíbica, revolucionaria y bailarina.
Les acompañan la mujer del fotógrafo, encargada de grabar
canciones al vuelo, y un extraño personaje de oscuras
intenciones y de curiosos poderes, el hombre de la cara
de luna. Él es el único que sabe exactamente lo que
quiere y, por tanto, se cuida bien de darlo a entender,
extiende una sutil cortina de humo que despista cuando
abre la boca. Los otros tres, sin embargo, tienen objetivos
tan articulados y ambiciosos que resultan falsos, una
simple pantalla, copiada inconscientemente de la jerga
ocultista del hombre de la cara de luna, una pantalla
detrás de la cual se halla el noble secreto del viaje:
dejarse transportar, dejarse encontrar. Los nuestros
adoptan el único ardid de ir tercamente esparciendo,
como sirenas ansiosas, señuelos dirigidos a aquello
que les hechiza e inquieta: la relación de los cubanos
con la música, que en la isla surte por todas partes
variada y, al mismo tiempo, inconfundible y que todavía
conserva provincias inexploradas, sonrisas espontáneas,
rutilantes silencios y oscuras melodías.
Es un campo ya abundantemente grabado, retratado, filmado
y contado en estos últimos años y, sin embargo, este
incongruente conjunto consigue regalarnos mágicas novedades
y, sobre todo, mostrárnoslas de una manera nueva.

En Regla, en la bahía habanera, se encuentran con Carlos
Delís, un hombre-orquesta que canta boleros todas las
tardes en el patio de su casa acompañándose de una guitarra
y percusiones para alegría de vecinos y viandantes.
No lejos de allí se encuentra la base del grupo Aché
Moyoba, compuesto casi íntegramente por la familia Pérez,
en la que abundan los babalaos, sacerdotes de
los cultos sincréticos afrocubanos de la santería.
Se ofrecen cantos y ritmos incansables a los orishas,
antiguas divinidades africanas fundidas con santos o
vírgenes católicas. La casa de madera, sudor y luz de
los Aché Moyoba es una casa de ritos, ofrendas, oraciones,
un patio donde se acompasa el tiempo con una llave inglesa
en un trozo de hierro y por las acrobacias de un chiquillo
que aprende los primeros pasos del éxtasis yoruba.
En Camagüey, los nuestros son recibidos por la barba
blanca de Miguel Escalona, potente cantautor que permanece
en la clandestinidad en medio de su público rehuyendo
a las grabaciones discográficas y a los escenarios de
moda, fiel a un fondo de gente que habla y bebe y le
hace de coro. A su lado, Antonio Batista, un trovador-babalao
de negros bigotes y boina blanca, que ha estudiado ingeniería
en la U.R.S.S. y tiene fe en el destino de sus sueños
escoltados por notas-mariposa.
Un día Miguel Escalona entregó al mar la guitarra con
la que había escandido la protesta antiimperialista
y sobre la que había ido pegando los recortes de periódico
de aquella lucha. Hoy resume su filosofía de poeta desheredado
diciendo que se canta por una necesidad presente, no
por el futuro, y que en la vida es necesario hacer sólo
lo que, si uno viviese dos veces, volvería a hacer de
la misma manera. Es él quien acompaña nuestro cuarteto
a la casa del gran pianista de más de noventa años Jorge
González Allué, compositor entre otras cosas de la célebre
canción Amorosa Guajira.
Los nuestros se adentran luego hasta la parte oriental
de la isla, donde en Bayamo escuchan el son natural
del Sexteto Canoy y del Grupo Enhorabuena. Y en la localidad
costera de Guasimal, un poco más al sur de Manzanillo,
se encuentran con otra familia fuera de lo normal: los
Escalona Rodríguez, pescadores y músicos autodidactas
que desde hace 123 años animan el Grupo Guasimal. Bajo
un techado, entre el acordeón y una serie de instrumentos
inventados e inspirados en herramientas de trabajo,
una mujer muele rítmicamente café y otra lo prepara
y lo sirve bailando. El padre de los actuales componentes,
anciano, ciego y nieto del fundador es maestro del tres,
una guitarra criolla oriental de tres cuerdas dobles,
nacida de las cajas del pescado.

Desde
la Habana Vieja a Baracoa, entre orquestinas folklóricas
y bandas de metales, fiestas de calle y aprendices virtuosos,
esta extraña patrulla ha penetrado como una aguja en
la urdimbre mestiza del instinto musical cubano.
Las fotografías de Graziano Bartolini nos devuelven
algunos bordados en la tela de lo cotidiano: recompuestos
instrumentos al hombro, estampillas de santos en las
paredes, interiores desconchados con irreducibles televisores
soviéticos, portales oscuros, mecedoras, ropa eternamente
tendida, restos de quién sabe qué bíblica lluvia, escaleras
torcidas, pasamanos oxidados, una rápida anotación en
el pentagrama, pozos y azulejos, moho y bicicletas,
bancos y columnas, dedos y aceras, el metafísico mástil
de un contrabajo recogido como la cola de un caballito
del diablo y un viejecito equilibrista que levita con
las maracas en los pies.
La prosa de Miguel Mejides tiene un tono muy suyo y
en la traducción había que mantener, a menudo literalmente,
una cierta huella visionaria, una sintaxis dislocada
o vertiginosa, una superposición de imágenes similares
al centelleo de un calidoscopio ebrio o a un enredo
del que pende el hilo de un recuerdo aparentemente desafinado,
de una exclamación aislada, de una desviación de sentido
que es como el latido de un corazón tambaleante y desconcertado.
En
este libro se han reunido tres aspectos del viaje: imágenes,
música y narración. Cada uno de ellos completa un poco
y un poco desplaza a los demás, como en la cadencia
sincopada del son y en los solos sinceros del
tres, en sintonía con un lugar, Cuba, donde al canto
y a la danza se le exige todo y lo contrario de todo:
ebria sensualidad y pasión mística, compromiso social
y desvergonzada diversión, olvido de los problemas y
coraje para afrontarlos, armonía y desequilibrio. Permanece
ignorado un sólo particular: ¿Qué pasión o qué derrota,
qué espíritu o cantinela se ha traído de Cuba, a la
chita callando, el hombre de la cara de luna?
Danilo
Manera
|