Ho cominciato a fotografare nella metropolitana quando vivevo a Londra
nel 1991. Ero affascinato dalle luci, dallo spazio, dai colori e da
un mondo a me nuovo mai prima rivelatosi. Dopo circa sei mesi lasciai
Londra per Milano dove lavorai anche nella metropolitana.
Erano foto interessanti, già a colori.
Nel frattempo un mensile italiano mi mandò a Berlino per realizzare
un reportage sul mondo anarco-underground e per spostarmi da un
luogo all'altro prendevo la metropolitana.
Finito il reportage, tornai in Italia con la consapevolezza di
iniziare un lavoro sulle più importanti metropolitane del mondo:
Berlino sarebbe stata la partenza,e lì nel 1994 sono tornato.
Passavo le giornate girovagando costantemente stazione per stazione,
da Ovest verso Est e viceversa. Ero attratto dai lineamenti duri
dei visi delle persone, dai colori brillanti sul metallo sporco dell'
underground, dal nuovo profumo della storia.
Ero attratto dal cambiamento di paesaggio esterno ma soprattutto
dal mutare del rumore dei vagoni diventati di legno, dai colori ora
più opachi, dai volti: un' esperienza unica capace di far vivere
e percepire in movimento il passaggio di due culture differenti.
Verso la metà di gennaio '95 scelsi Londra come seconda
tappa. Trovai alloggio in un hotel nell'area di Victoria Station.
Alcune stazioni di Londra, che ha il sistama metropolitano più
vecchio del mondo, sono ancora in muratura come Baker Street con
il suo portale in legno splendido. Una notte, nella stazione
di Brixton, feci un ritratto ad un punk esteticamente ben curato
e insieme discutemmo della città e dei suoi abitanti, della libertà
e dei vizi, della solitudine e della poesia.
Rimase coinvolto ed eccitato all'idea di fotografare le differenze di
costume e di estetica degli abitanti del mondo nelle viscere della terra.
L'Italia mi attendeva, sviluppai le foto, selezionai il materiale
e decisi come prossima tappa Mosca. Partii agli inizi di marzo
del '95.
Per la prima volta fotografavo una metropolitana mai vista in precedenza,
in una città composta da un'umanità viaggiante, caotica
ed irrazionale. L'undergroud di Mosca ha stazioni completamente
in marmo con maestosi lampadari dalla luce diffusa e morbida che ammanta
le enormi statue in bronzo creando un'atmosfera solenne, pacata, celebrativa.
I russi sono instancabili lettori e nei vagoni della metropolitana
leggono usando un'accurato coprilibro a garanzia di riservatezza e rispetto.
La tappa successiva fu Calcutta. Sognavo la metropolitana e l'immaginavo
in legno, ariosa, vivida nei colori con un percorso esterno vicino al
mare, con il cielo azzurro: completa fantasia. Arrivai a Calcutta
alla fine dell'aprile '95 e appena uscito dall'aereo una vampata di
aria calda e umida mi colpì. Sopra nastri per il recupero bagagli
dormivano alcuni indiani allungati in modo ondulato.
Trovai una cartina dell'undergound e mi accorsi che il sistema metropolitano
era costituito da una sola linea, composta da 17 stazioni di cui una,
la Mahatma Gandhi Road, ancora in costruzione nella centralissima Central
Avenue. Quindi dopo aver percorso le prime undici stazioni, si doveva
uscire dalla metro a Centrl Station dopo oltre quattro fermate.
Incredibile, ma l'inconvegnente fu la grande scritta "Photography
is forbidden".
Ottenni il permesso di fotografare solo dopo tre giorni di estenuante
attesa. Faceva un caldo insopportabile, circa 45°, ma l'aria umida
era in qualche modo alleviata dal sottofondo leggero di musica indiana
che si diffondeva negli stretti spazi della metropolitana, dove molti
indiani sedevano per terra. Verso la metà di giugno '95 volai
a Madrid. La città era calda, afosa, gli incontri non eccezzionali.
La metropolitana è bassa, chiusa, poco ariosa e non potevo restarci
a lungo. Una domenica notte camminavo nella stazione Chamartìn
quando incontrai due bambini zingari di circa 10-12 anni che estrassero
due coltelli dalla lama appuntita, luccicante sotto il neon. Vollero
farsi fotografare con i coltelli nelle mani vicino a dei graffiti. Li
accontentai. Allontanandosi mostrarono orgogliosi le armi bianche.
Il giorno dopo la televisione dava la notizia dell'attentato degli integralisti
islamici nella metropolitana di Parigi. Mi sentii direttamente colpito
per tutto il tempo trascorso sotto terra nell'undergound; troppi giorni
avevo passato nei tunnel, conoscevo i rumori, i colori, gli odori, i
passi. Partii per il Messico nel settembre del '95.
La metropolitana di Mexico City ha dei colori molto sensuali,
densi e luminosi. Gruppi di ciechi chiedono la carità suonando,
muovendosi da una linea all' altra continuamente. Non esistono i
contrasti tipici delle metropolitane europee o di New York: tutto è
più uniforme, la tipologie delle persone, gli abiti, i lineamenti
dei visi, anche gli sguardi.
Stazioni come Copilco e Tacubaya decorate con murales bellissimi
sono avvolte da un' atmosfera magica, onirica, spesso virtuosa.
Diventano luoghi d' incontro dove alcuni si baciano, altri leggono,
altri ancora sorridono. E' in questa città che nacque in me l'
idea di creare con le immagini una società multirazziale e aperta
nelle viscere del sottosuolo , specchio ideale e fedele dell' umanità
tutta.
La prossima città sarebbe stata New York. Pensavo costantemente
a questa città e finalmente il 18 novembre '95 scesi all' areoporto
JFK e potei ammirare, andando verso il centro, la sagoma di Manhattan
forte, piena di vita, di gioia ed anche di dolore, di storia dei nostri
giorni. Spero di non avere più paura delle foto". Percepivo
di aver superato certi limiti, sentivo di essere entrato in una nuova
forma di conoscenza, nello stesso tempo sapevo della transitorietà
di questa partcolare condizione. La rete metropolitana di New York
è immensa; i graffiti sono stati tutti cancellati rendendo
le stazioni più pulite e vivibili. Girovagavo da una zona all'
altra della città libero di andare dove volevo, di parlare con
chi ritenevo opportuno, di seguire e fotografare le persone più
interessanti. Ogni tanto uscivo per vedere la dimensione degli edifici,
per rendermi conto del paesaggio globale in cui operavo. Verso la metà
del '96 partii per Tokyo consapevole di vedere un mondo nuovo
nella forma e nell' espressione. Nell' underground spesso non mi
riusciva di individuare scene interessanti da fotografare a causa del
ritmo e del movimento accelerato della massa.
La notte lavoravo continuamente poichè la gente in giro era meno,
gli spazi assumevano una loro identità, vedevo meglio dettagli,
segni, relazioni significative. Mi divertiva seguire gruppi di giovani
ragazze giapponesi vestite nei costumi tradizionali intente a camminare
parlottando nei tunnel. Sentivo le voci, i bisbigli, la la gioviale
fanciullezza: esprimevano fascino e sensualità. Dalle 8 alle
9:30 del mattino nelle principali stazioni della metropolitana uomini
in uniforme blu e guanti bianchi spingono la gente alle spalle per ammassarla
nei vagoni prima che le porte si chidano.
E' una situazione necessaria, grottesca, mai vista in precedenza.
Restava l' ultima tappa, Parigi.
Decidemmo la partenza entro breve tempo. Conoscevo Parigi ma non
l' underground. Una delle stazioni etnicamente più interessanti
è Barbès Rochechouart frequentata prevalentemente da arabi,
gente di colore, caratteristici personaggi della scena parigina
e da un cieco vestito di bianco, il quale intona canti rivolti ad
Allah, ricevendo offerte. Sparsi nel tessuto metropolitano gruppi
di zingari chiedono denaro suonando la fisarmonica. Spingevo per continuare
a fotografare, anche se la mente era stanca e provata. Soffrivo di claustrofobia,
non riuscivo a restare nelle viscere della metropolitana per molto tempo.
Sognavo il mare azzurro e trasparente, verdi prati illuminati dal sole,
paesini medioevali lastricati di memorie dove poter rilassare il corpo
e la mente affaticati da questa lunga storia . Tornai in Italia
spossato e felice. Arrivai a Rimini verso mezzanotte, pioveva
leggermente con gocce d' acqua larghe e discontinue. Un lunghissimo
treno merci passo velocemente provvocando uno stridore metallico, penetrante,
lancinante come se dieci , cento treni metropolitani passassero contemporaneamente.
La potenza del suono originò forti vibrazioni nell' aria e per
la prima volta provai un sentimento panico, di comunione, nei confronti
dell' underground del mondo. L' alba esprimeva un fascino non molto
attraente, un cielo bianco lattiginoso si rifletteva nelle rare pozze
d' acqua sulla strada, resa più scura dalla calda pioggia di
primavera caduta. Il paesaggio era quasi surreale, forse triste con
qualcosa di magico e luminoso, di non visto ,di non capito.
"Vorrei dedicare questo libro al sole."
Marco Pesaresi
Torre Pedrera di Rimini
17/8/97